Scarica
tutto il testo [Parte A + Parte B in formato .doc
di Word
52 kb]
Parte A.
1. Cristiani che hanno testimoniato la fede sotto il totalitarismo sovietico
2. Testimoni della fede, vittime del comunismo in altre Nazioni d'Europa
3. Confessori della fede, vittime del nazismo e del fascismo
4. Seguaci di Cristo che hanno dato la vita per l'annuncio del Vangelo in Asia e in Oceania
5. Fedeli di Cristo perseguitati per odio alla fede cattolica
6. Testimoni dell'evangelizzazione in Africa e Madagascar
7. Cristiani che hanno dato la vita per amore di Cristo e dei fratelli in America
8. Testimoni della fede in varie parti del mondo
Parte B.
1. Discorso di Giovanni Paolo II - Colosseo, domenica 7 maggio 2000
1. Cristiani che hanno testimoniato la fede sotto il totalitarismo sovietico
Testimonianze
Sua Santità Tichon, Patriarca della Chiesa Ortodossa Russa
Sua Santità Tichon, nato nel 1865, fu eletto Patriarca della Chiesa
Ortodossa Russa nel novembre del 1917. Spese la vita in difesa della fede e
della Chiesa nel primo periodo dell'instaurazione del regime sovietico, subendo
attacchi, calunnie e pressioni di ogni tipo. Si spense il 7 aprile 1925.
Il Patriarca Tichon in una lettera aperta a Nikolaj Troickij, prete dell'eparchia
di Tomsk, in data 12 febbraio 1918, scriveva:
"Anche sulla terra russa vi sono stati confessori e martiri della carità
per il loro gregge,... Nei nostri giorni torbidi il Signore ha rivelato una
serie di nuovi martiri che hanno condiviso la sua passione, vescovi e preti,
... uccisi e tormentati da figli impazziti ed infelici della nostra patria.
Sì, passi da noi questo calice. Ma se il Signore ci invia la prova delle
persecuzioni, delle catene, dei tormenti ed anche della morte, con pazienza
sopporteremo tutto, con la fede che questo si compirà per noi non senza
il volere di Dio e che le nostre prove non resteranno senza frutto, così
come le sofferenze dei martiri cristiani hanno conquistato il mondo all'insegnamento
di Cristo".
(Fonte: Akty Svjatejšego Tichona, Patriarcha Moskovskogo i vseja Rossii,
pozdnejsie dokumenty i perepiska o kanoniceskom preemstve vysšej cerkovnoj vlasti
1917-1943, a cura di M. E. Gubonin, Moskva, Pravoslavnyj Svjato-Tichonovskij
Bogoslovskij Institut, 1944, p. 88)
**********
Ol'ga Jafa, testimone delle isole Solovki
Ol'ga Jafa, insegnante e pittrice russa, nacque nel 1876. Fu deportata alle isole Solovki, dove rimase dall'agosto 1929 al gennaio 1931. Al momento della liberazione riuscì a salvare una serie di documenti relativi alla storia del gulag delle menzionate isole. Morì nel 1959. Le sue memorie manoscritte, conservate nella biblioteca comunale di San Pietroburgo, portano il titolo Le isole degli àuguri. In esse si legge:
"Unendosi nello sforzo lavorano insieme un Vescovo cattolico, ancora giovane, e un vecchietto emaciato e scarno con la barba bianca, un Vescovo ortodosso, antico di giorni ma forte di spirito, che spinge energicamente il carico... Chi di noi avrà un giorno la ventura di far ritorno nel mondo, dovrà testimoniare quello che vediamo noi qui adesso. E ciò che vediamo è la rinascita della fede pura e autentica dei primi cristiani, l'unione delle Chiese nella persona dei Vescovi cattolici e ortodossi che partecipano unanimi nell'impresa, un'unione nell'amore e nell'umiltà".
(Fonte: Le isole degli àuguri, Manoscritto conservato nella Biblioteca statale di San Pietroburgo, citato in J. Brodskij, Solovki. Le isole del martirio. Da monastero a primo lager sovietico, Milano, La Casa di Matriona, 1998, p. 152.
2. Testimoni della fede, vittime del comunismo in altre Nazioni d'Europa
Testimonianze
S.E. Mons. Joan Suciu, Vescovo greco cattolico romeno
Sua Eccellenza Mons. Joan Suciu nacque il 3 dicembre 1907. Greco cattolico romeno, fu ordinato sacerdote il 29 novembre 1931; nel luglio 1940, fu nominato Vescovo ausiliare di Oradea Mare e, nel 1946, Amministratore Apostolico della sede di Blaj. Monsignor Suciu tenne una serie di conferenze nelle principali città del Paese, in occasione delle quali dichiarò l'impossibilità di un accordo fra il cristianesimo e il materialismo ateo. Il 24 maggio 1950 fu condotto alla prigione di Sighet, dove soffrì fame, freddo e malattie, insieme con numerose torture. Il 27 maggio 1953 il Vescovo Joan Suciu morì in carcere.
In due lettere indirizzate ai fedeli in data 5 e 13 ottobre 1948 affermava:
"Per la Chiesa Romena Unita è arrivato il Venerdì Santo. Adesso, cari fedeli, abbiamo l'occasione di mostrare se apparteniamo a Cristo o se siamo della parte di Giuda, il traditore... Non lasciatevi ingannare da parole vane, dai comitati, da promesse, da menzogne, ma restate saldi nella fede per la quale i vostri genitori e i vostri avi hanno versato il loro sangue... Non possiamo vendere né Cristo né la Chiesa... Se prenderanno le vostre Chiese, pregate il Signore, come lo fecero i primi cristiani, quando gli imperatori pagani distruggevano i loro luoghi di preghiera e bruciavano i loro libri santi".
(Fonte: O. Bârlea et al., Biserica Romana Unita, Madrid 1952, pp. 330-333)
**********
P. Anton Luli, gesuita albanese
Anton Luli, gesuita, nacque in Albania nel 1910. Fu rettore del collegio e del seminario della Compagnia di Gesù a Scutari. Durante il regime comunista, subì la prigionia per 17 anni, cui seguirono 11 anni di lavori forzati, e l'impedimento a svolgere il ministero sacerdotale. Rilasciato nel 1989, si spense a Roma il 9 marzo 1998.
In occasione dell'Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per l'Europa, apertosi il 28 novembre 1991, rese questa testimonianza nell'aula sinodale:
"Ho conosciuto che cosa è la libertà a ottant'anni, quando ho potuto dire la prima Messa in mezzo alla gente. Sono stati anni davvero terribili quelli trascorsi in carcere. La notte di Natale del primo mese mi fecero spogliare e mi appesero con una corda ad una trave in modo che potevo toccare terra solo con la punta dei piedi. Faceva freddo. Sentivo il gelo che saliva lungo il mio corpo: era come una morte lenta. Quando il gelo stava per arrivare al petto, emisi un grido disperato. I miei aguzzini accorsero, mi riempirono di calci e poi mi tirarono giù. Spesso mi torturavano con la corrente elettrica, mi mettevano i due poli alle orecchie: era una cosa orribile ed indescrivibile. La mia vita è un miracolo della grazia di Dio. Benedico il Signore che a me, povero e debole suo ministro, ha dato la grazia di rimanergli fedele in una vita praticamente tutta vissuta in catene. Molti miei confratelli sono morti martiri: a me invece è toccato di vivere, per testimoniare".
3. Confessori della fede, vittime del nazismo e del fascismo
Testimonianze
P. Leonhard Steinwender sul pastore luterano, Paul Schneider
Paul Schneider, pastore luterano, nato nel 1897, entrò a far parte della lega dei pastori fondata dal pastore Martin Niemöller. Fu deportato a Buchenwald nel 1937, a motivo della sua opposizione al nazismo. Nel lager fu sottoposto a maltrattamenti e a torture crudeli perché si rifiutava di rendere omaggio alla croce uncinata di Hitler. Nell'aprile 1938 fu rinchiuso in isolamento nel bunker del campo, ove trascorse gli ultimi 14 mesi di vita. Morì il 18 luglio del 1939 in seguito alle torture e agli esperimenti medici. Dalla sua cella il pastore Schneider annunciava la Parola di Dio nel lager, come ha narrato Leonhard Steinwender, religioso cattolico austriaco, anch'egli internato a Buchenwald:
"Dinanzi all'edificio a un solo piano del Bunker s'estendeva lo sterminato piazzale dell'appello... Nei giorni di festa, nel silenzio della conta, tutt'a un tratto, proveniente dalle tetre inferriate del Bunker, risuonava la voce potente del pastore Schneider. Teneva la sua predica come un profeta, o meglio: la incominciava. La domenica di Pasqua, per esempio, improvvisamente udimmo le potenti parole: "Così dice il Signore: Io sono la risurrezione e la vita!". Le lunghe file dei prigionieri stavano sull'attenti, profondamente turbate dal coraggio e dall'energia di quella volontà indomita... Non poté mai pronunciare altro che poche frasi. Poi sentivamo abbattersi su di lui i colpi di bastone delle guardie..".
(Fonte: P. Schneider, Der Prediger von Buchenwald. Das Martyrium Paul Schneiders, Herausgegeben von M. Dieterich Schneider, Neuhausen-Stuttgart 1981, p. 200).
***********
S.E. Mons. Ignacy Jez, Vescovo emerito di Koszalin-Kolobrzeg.
Sua Eccellenza Mons. Ignacy Jez, Vescovo emerito di Koszalin-Kolobrzeg, fu uno delle migliaia di sacerdoti polacchi internati nei campi di concentramento. Era stato ordinato sacerdote il 20 giugno 1937. Dopo appena 4 anni di sacerdozio, venne portato al campo di concentramento di Dachau col n. 37196.
Egli ha rilasciato la seguente testimonianza:
"I campi di concentramento furono campi di morte. Il "Vernichtungslager"
era una giusta definizione che era data da quanti venivano a conoscenza di qualcuno
che stava in tali campi di concentramento. Per chiarire meglio si aggiungeva:
"l'unica strada che porta tali persone alla libertà è quella che
passa attraverso il crematorio".
Ho intitolato il mio ricordo dei tre anni di permanenza nel lager di Dachau
con le parole prese dal cantico dell'Antico Testamento: "Benedite, luce e
tenebre, il Signore" (Dn 3,72). Quegli anni mi sembravano tempo di enormi
tenebre. Accanto alle tenebre, tuttavia, si poteva notare ciò di cui
San Paolo scrisse nella Lettera ai Romani: "laddove è abbondato il peccato,
ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20). E le manifestazioni in questo senso furono
molto numerose. Le forze spirituali crescevano grazie ai sacerdoti anch'essi
carcerati, a volte grazie al positivo atteggiamento dei laici, a motivo delle
preghiere recitate insieme la sera nelle camerate, dopo che era calato il silenzio
notturno, a volte grazie alla Santa Comunione, ricevuta dal blocco 26, nonostante
il divieto ufficiale esistente nel regolamento del campo".
4. Seguaci di Cristo che hanno dato la vita per l'annuncio del Vangelo in Asia e in Oceania
Testimonianze
Margherita Chou, cattolica cinese
Margherita Chou, cattolica cinese, arrestata a 22 anni e detenuta, fra carcere e campo di lavoro, dal 1958 al 1979. Essa così scrive:
"Nella fabbrica-prigione lavoravamo diciotto ore al giorno, sette giorni la
settimana. I tamburi ci svegliavano tutte le mattine alle quattro. Ben presto,
per l'eccessiva stanchezza, finii per perdere l'appetito. La sera crollavo letteralmente
sul letto, senza neanche lavarmi la faccia. Andai avanti così per un
anno.
Pochi giorni dopo il mio arrivo al carcere, il funzionario mi chiese: "Qual
è il tuo crimine?". Subito ribattei con forza: "Non ho commesso nessun
crimine. Sono stata arrestata perché sono cattolica e ho cercato di difendere
la mia fede". Il funzionario si arrabbiò moltissimo e gridò: "Se
non hai commesso nessun crimine, perché sei qui?". Stordita dalla violenza
della sua reazione, ammutolii. L'intera fabbrica rimase nel silenzio più
assoluto. Grazie a quell'incidente ebbi modo di scoprire parecchi cattolici.
Ci volle poco perché ci affiatassimo. Fra loro c'era una ragazza di nome
Tsou, che era stata denunciata da un prete dell'Associazione patriottica. Era
molto buona con me. Sfortunatamente, dopo quattro anni perse la testa. Il funzionario
sfruttò anche le sue condizioni mentali per accusarla di trasgredire
il regolamento del carcere. La presero e la legarono. Poi l'appesero e cominciarono
a picchiarla. La durata della sua pena venne raddoppiata. Sebbene abbia ormai
scontato la sua pena per intero, si trova a tutt'oggi nel campo di lavoro forzato
senza che nessuno si occupi di lei".
(Fonte: Testo manoscritto in James T. Myers, Nemici senza fucile. La Chiesa cattolica nella Repubblica popolare cinese, Milano 1994, pp. 252-263).
**********
S.E. Mons. Philip Strong, Vescovo anglicano di Papua Nuova Guinea
Philip Strong, Vescovo anglicano di Papua Nuova Guinea, fu internato in un campo di concentramento insieme con otto sacerdoti e due laici suoi collaboratori, il 2 settembre del 1942. Si era rifiutato di abbandonare il Paese, nonostante l'avanzare della guerra esponesse i missionari di origine europea al rischio della vita.
Poco tempo prima del suo arresto scrisse al suo clero:
"Dobbiamo sforzarci di adempiere al nostro compito. Questo Dio si aspetta da noi. Questo la Chiesa madre che ci ha inviati certamente si attende da noi. Questa è l'aspettativa della Chiesa universale nei nostri confronti. Questo si attende da noi il popolo che serviamo. Non potremmo più alzare la faccia se, per la nostra incolumità, Lo avessimo abbandonato e fossimo fuggiti, mentre le tenebre della Passione hanno iniziato ad addensarsi su di Lui nel suo Corpo spirituale e mistico, che è la Chiesa in Papua.
(Fonte: The Martyrs of Papua New Guinea. 333 Missionary Lives Lost During World War II, Edited by Theo Aerts, University of Papua New Guinea Press, Port Moresby, 1994, p. 56).
5. Fedeli di Cristo perseguitati per odio alla fede cattolica
Manuel de Irujo, Ministro di giustizia del governo repubblicano spagnolo
Il Ministro di giustizia del governo repubblicano spagnolo, Manuel de Irujo, cattolico, rassegnò le sue dimissioni l'11 dicembre 1937. In un suo memorandum, presentato durante una seduta del governo riunitosi nell'allora capitale della Repubblica, Valencia, il 9 gennaio 1937, così descrive le persecuzioni religiose avvenute nei primi sei mesi di guerra civile:
"Sacerdoti e religiosi sono stati arrestati, gettati in prigione e fucilati
a migliaia senza nessun processo e questi fatti, anche se in numero minore,
si verificano ancora. Non soltanto nei villaggi di campagna, dove si è
data loro la caccia e la morte in maniera selvaggia, ma anche nei paesi e nelle
città... Si contano a centinaia gli arrestati, detenuti nelle carceri
senza alcun'altra colpa conosciuta all'infuori del loro carattere di sacerdoti
e religiosi...
La polizia che compie perquisizioni domiciliari, investigando nell'interno delle
abitazioni, nell'intimo della vita dell'individuo o della famiglia, distrugge
con scherno e violenza immagini, stampe, libri religiosi, e tutto ciò
che ha che fare con il culto o lo ricorda...".
(Fonte: Vincente Cárcel Ortí-Ramón Fita Revert, Mártires
Valencianos del siglo XX, Valencia, Edicep, 1998, p. 28).
**********
S.E. Mons. José de Jesús Manriquez y Zarate, Vescovo cattolico di Huejutla (Messico)
Sua Eccellenza Mons. José de Jesús Manriquez y Zarate nacque nel 1884 e compì i suoi studi al Collegio Pio Latino Americano di Roma. Fu Vescovo di Huejutla (Stato di Hidalgo-Messico) dal 1922 al 1939. È stato il più intransigente oppositore della politica antireligiosa del presidente Calles. Nel maggio 1926, pochi mesi prima dell'inizio della guerra civile "cristera", fu arrestato e condannato agli arresti domiciliari a causa delle sue critiche alla Costituzione anticlericale promossa nel 1917. In seguito, fu costretto all'esilio, insieme con tutti i Vescovi messicani. Morì nel 1951.
Il 30 ottobre 1927, nella città di Laredo in Texas, in occasione della festa di Cristo Re, ebbe a dire:
"Sugli altari non si offre più il Gran Sacrificio; i templi sono deserti,
le vergini in lacrime e i sacerdoti gemono in solitudine, oppure provano le
amarezze dell'esilio; molti dei figli del Messico sono stati barbaramente sacrificati,
altri si trovano nelle carceri e un'immensa moltitudine si reca in terre straniere
in cerca di rifugio e di pane.
E come ha risposto il Messico a tutti questi mali? Proclamando dinanzi al mondo
la regalità di Cristo; lodando e benedicendo Cristo e prostrandosi in
ginocchio davanti al Santo del Signore, per implorare indulgenza e perdono.
Al Messico è toccato l'altissimo onore di proclamare Cristo Re nei campi
di battaglia, in pieno secolo XX, e, davanti allo sguardo ammirato delle nazioni,
ha difeso vigorosamente la sua fede, non solo con le preghiere, non solo con
le riparazioni, ma versando a torrenti il suo sangue generoso...".
(Fonte: Consuelo Reguer, Dios y mi derecho. Antecedentes-Epopeya Cristera-Clímax de la Epopeya Cristera Obispos-Boletines y Documentos, México, Jus, 1997, pp. 704-705).
6. Testimoni dell'evangelizzazione in Africa e Madagascar
Testimonianze
Jolique Rusimbamigera, seminarista burundese
Jolique Rusimbamigera era studente nel seminario di Buta, quando, il 30 aprile 1997, pur ferito gravemente, scampò al massacro nel quale vennero assassinati 44 seminaristi hutu e tutsi, per non essersi voluti separare gli uni dagli altri.
Un anno dopo rendeva questa testimonianza:
"Erano tantissimi, mi sono sembrati cento. Sono entrati nel nostro dormitorio,
quello delle tre classi del ciclo superiore, e hanno sparato in aria quattro
volte per svegliarci... Subito hanno cominciato a minacciarci e, passando fra
i letti, ci ordinavano di dividerci, hutu da una parte e tutsi dall'altra. Erano
armati fino ai denti: mitra, granate, fucili, coltellacci...
Ma noi restavamo raggruppati! Allora il loro capo si è spazientito e
ha dato l'ordine: "Sparate su questi imbecilli che non vogliono dividersi".
I primi colpi li hanno tirati su quelli che stavano sotto i letti... Mentre
giacevamo nel nostro sangue, pregavamo e imploravamo il perdono per quelli che
ci uccidevano. Sentivo le voci dei miei compagni che dicevano: "Padre, perdona
loro perché non sanno quello che fanno". Io pronunciavo le stesse parole
dentro di me e offrivo la mia vita nelle mani di Dio".
(Fonte: Rodolfo Casadei, Lo splendido segreto dei martiri di Buta in "Mondo e missione", maggio 1998, p. 48).
***********
W.G.R. Jotcham, giovane medico missionario battista canadese, morto in Nigeria.
W.G.R. Jotcham, giovane medico missionario battista canadese, nacque nel 1915 e immediatamente dopo la laurea si unì ad altri missionari che lavoravano nel lebbrosario di Katsina, in una zona musulmana della Nigeria. Nel 1938 un'epidemia di meningite colpì il lebbrosario e i villaggi vicini. Il dottor Jotcham si adoperò senza riserve, nel tentativo di soccorrere la popolazione così duramente colpita. Morì all'età di 23 anni, anch'egli vittima dell'epidemia. I primi mesi di servizio furono per lui una grande scoperta dell'amore di Dio, che egli definiva come forza capace di "risuscitare le speranze sepolte di anziani senza amore, di ciechi, di storpi, dei senza voce". Fra l'altro scrisse:
"Chissà quali pensieri si celano dietro a questi volti? Ma noi che li vediamo non possiamo fare a meno di pensare a quando Egli passava in mezzo ai lebbrosi con una pietà tutta particolare, guarendoli. Questi cuori affamati non sono mai stati nutriti con il pane del cielo, queste vite fredde non hanno mai sentito il calore dell'amore eterno di Dio, né le loro orecchie doloranti hanno mai sentito la storia del Vangelo. Che privilegio essere uno di coloro che per primi portano il lieto annuncio della salvezza...".
(Fonte: James and Marti Hefley, By Their Blood. Christian Martyrs of the Twentieth Century, II ed., Grand Rapids, Baker Books, 1998, p. 430).
7. Cristiani che hanno dato la vita per amore di Cristo e dei fratelli in America
Testimonianze
S.E. Mons. Alejandro Labaka, Vescovo cattolico di Aguarico (Ecuador)
Il Vescovo Alejandro Labaka nacque in Spagna il 19 aprile 1920, a Beizama, piccolo villaggio dei paesi baschi. Frate minore cappuccino, fu parroco a Pifo, Superiore della Custodia dei padri cappuccini in Ecuador; ancora Prefetto e poi Vicario Apostolico della Missione di Aguarico. Spese tutte le sue energie a favore della popolazione amazzonica degli huaorani, chiamati anche acuas. Il 21 luglio 1987 venne colpito a morte, insieme a Suor Inés Arango, anch'essa missionaria cappuccina, dalle lance di coloro ai quali voleva annunciare il Vangelo. Mentre era a Roma nel 1965 per il Concilio Vaticano II, scrisse a Sua Santità Paolo VI:
"... ho sentito molto forte dentro di me il mandato di predicare a tutte le genti e specialmente a questi acuas. È iniziata una campagna di avvicinamento ad essi, ma - questa è la mia domanda - fino a che punto posso esporre la vita dei missionari, dei laici e la mia propria propter evangelium?... Beatissimo Padre: se nei disegni di Dio sarà necessario il sacrificio di qualche vita per portare Cristo a queste tribù, vogliate degnarvi di offrirci, insieme con la vittima divina, nella vostra Santa Messa, perché siamo degni di questa grazia e perché possiamo ottenere una benedizione speciale per tutti i missionari e per tutti coloro che ci sono stati affidati".
(Fonte: R.M. Gránde, Arrescar la vida por el Evangelio, Cicame-Coca 1997, p. 95).
***********
S.E. Mons. Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, Vescovo-Vicario Apostolico cattolico di Arauca (Colombia)
Il Vescovo Jesús Emilio Jaramillo Monsalve nacque in Colombia il 14 febbraio 1916. Il 3 dicembre 1944 emise la professione solenne nell'Istituto delle Missioni Estere di Yarumal. Ordinato sacerdote il 1 settembre 1940, l'11 novembre 1970 venne consacrato Vescovo-Vicario Apostolico di Arauca, ed il 10 gennaio del 1971 Vescovo titolare di Strumniza. Dovette affrontare nella sua diocesi violenze e ingiustizie sociali. Il 2 ottobre 1989, all'età di 73 anni, durante una visita pastorale ad alcune parrocchie della diocesi, fu assassinato da un gruppo di guerriglieri dopo essere stato torturato.
Scrisse tra l'altro:
"Dove troviamo un dono più perfetto, per insegnarci l'amara esperienza del morire, che in Cristo Gesù?... Voglio che la morte realizzi, come ultimo atto, la mia incorporazione con Cristo e sia una riproduzione del suo dolore ed un'espiazione dei peccati miei e degli altri. Voglio, pur nella mia fragile natura, divinizzare la mia agonia, la mia paura, unendomi al terrore di Cristo agonizzante. Soprattutto confermo la mia fede nella risurrezione di Cristo".
(Fonte: S.E. Mons. Jesús Emilio Jaramillo, He ahí al Hombre, Palabras fugaces sobre Cristo. Ed. Seminario de Misiones Extranjeras, Yarumal, Antioquia, Colombia, 1962, p. 172).
8. Testimoni della fede in varie parti del mondo
Testimonianze
Dom Christian de Chergé, priore del monastero di Notre Dame de l'Atlas (Tibherin, Algeria)
I Trappisti del monastero di Notre Dame de l'Atlas in Tibherin (Algeria) avevano consacrato la loro vita al dialogo con l'Islam ed avevano deciso di continuare a restare nel loro monastero anche se situato nella regione montuosa di Medea, che era ad alto rischio. Dom Christian de Chergé, priore del monastero, aveva scritto: "La nostra condizione di monaci 1 ci lega alla scelta che Dio ha fatto di noi, che è per la preghiera e per la vita semplice, il lavoro manuale, l'accoglienza e la condivisione con tutti, soprattutto i poveri...". I Monaci, rapiti da terroristi armati la notte fra il 26 e il 27 marzo 1996, furono uccisi il 21 maggio 1996.
Nel suo testamento spirituale, dom Christian de Chergé aveva scritto:
"Venuto il momento, vorrei poter avere quell'attimo di lucidità che
mi permettesse di chiedere il perdono di Dio e quello degli uomini miei fratelli,
perdonando con tutto il cuore, nello stesso momento, chi mi avesse colpito.
Non vedo infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io
amo venisse accusato del mio assassinio. Sarebbe pagare un prezzo troppo alto
ciò che verrebbe chiamata, forse, "la grazia del martirio", il doverla
a un Algerino, chiunque sia, soprattutto se egli dicesse di agire in fedeltà
a ciò che crede essere l'Islam [...].
E anche tu, amico dell'ultimo istante, che non saprai quello che starai facendo,
sì, anche per te voglia io dire questo GRAZIE, e questo AD-DIO, nel cui
volto io ti contemplo.
E che ci sia dato di incontrarci di nuovo, ladroni colmati di gioia, in paradiso,
se piace a Dio, Padre nostro, Padre di tutti e due. Amen".
(Fonte: Testamento spirituale, in Lettere dall'Algeria, Torino, 1998).
**********
S.S. Karekine I, Catholicos Supremo di tutti gli Armeni
Sua Santità Karekine nacque il 27 agosto del 1932 a Kesab in Siria. Dopo aver compiuto i suoi studi a Antelias in Libano e ad Oxford in Inghilterra, fu osservatore al Concilio Vaticano II e, nel 1963, fu consacrato Vescovo. È stato Catholicos della Grande Casa di Cilicia; il 4 aprile 1995 fu eletto ad Etchmiadzin, Catholicos di tutti gli Armeni. Il 23-26 marzo del 1999 si recò per l'ultima volta a Roma, incontrando il Papa Giovanni Paolo II. Si spense, dopo lunga malattia, il 29 giugno 1999.
Nel 1991 scriveva:
"Concedetemi di illustrare questa basilare verità attraverso l'esperienza del mio popolo Armeno, che meglio conosco. Molti storiografi hanno descritto la storia armena come un martirologio. Sì! Sofferenza, persecuzioni, distruzione, massacri, deportazione o emigrazione forzata, genocidio, - e quant'altro! - appaiono in quasi ogni pagina degli annali dei nostri antichi secoli. La sopravvivenza del popolo armeno sembra sia stata un miracolo... La nostra storia ci dice che abbiamo perso molto nel passato, ma siamo riusciti a non perdere noi stessi. Abbiamo commesso molti errori nel passato; ma non abbiamo commesso l'errore di perdere la fede e la speranza. Questo è stato, a mio parere, il segreto della nostra sopravvivenza.
(Fonte: Karekine I, In search of spiritual life, Antelias, 1991, pp. 138-139).
[torna su]